TUTTE LE MIGRAZIONI

 

                                                       In memoriam James Kilgo

 

Era un mondo di animali diversi,

di popoli di erbivori, di fiumi

che allargavano il tempo, di pianure

ruminate dai silenzi del cielo.

Erano luoghi di molte stagioni

in un corpo-paesaggio senza fine.

Erano ossari di ghiaccio, e meteore

di foreste nel rosso dei deserti.

 

Per mille anni cadeva la neve,

svaniva in un giorno, il sole ronzava

sulle stirpi come un insetto d’oro

davanti al gufo della notte. Brividi

caldi, suoni nell’acqua radunavano

i branchi, il fuoco li disperdeva.

La neve fioriva sui predatori,

ricoverava le prede, e svaniva.

 

Non era il tempo dell’uomo, non era

lo spazio delle ceneri, non era

l’era dei recinti, degli stermini

delle mandrie e delle lotte spietate

contro le specie, non c’erano umani

per dire storie inumane alla terra.

I Primi scendevano da nord, rari,

attraversavano stretti, sul ghiaccio.

 

Come un respiro strano sulla pelle

scivolavano a sud, tra le conifere,

i fumi degli accampamenti erano

esili, come foglie d’erba, i piccoli

sulle schiene delle madri ascoltavano

dormendo le voci della raccolta:

donne dentro pelli di caribù

e sussurri di mirtilli e di dita.

 

La notte era enorme sopra le piste,

le nenie del sonno si dissolvevano

sotto le braci, per generazioni

e generazioni c’erano sempre

solo silenzio, lento germinare

di piante e territori da percorrere.

Ogni volta che tornavo nel folto

era per loro, per luoghi e momenti.

 

Perché il mio mondo era un altro, disfatto

dagli altiforni, immerso nei rumori

di menti confuse, troppo lontane

dai tesori di pietra legno e carne

che il grande corpo-paesaggio ricovera

in sé, dai mari primari fino a noi.

Tornavo nel folto per ritrovarli,

cacciavo cervi e parole per i miei.

 

Via dalla città risalivo terre,

conoscevo impronte, leggevo i segni

dei passati recenti, e qualcosa in me,

come un sogno ripescato dal buio,

frugava fuochi, percorreva piste

verso un nord della mente che non c’è.

Più tardi, la sera, tornavo a casa,

con racconti e cacciagione negli occhi.

 

Era il sangue del terreno, gli albori,

la poetica delle prime cose,

ma era anche qualcosa di più semplice,

un piacere di vita che è tutt’uno

con l’essere vivi, la forza nuda

che si ripete tra spirito e corpo.

E ritornavo nei boschi di me stesso

ogni volta che volevo e potevo.

 

E credevo che sarebbe durato

per sempre. Là avrei trovato il cuore

del mio Paese, i primi cacciatori

della mia gente, un modo per parlare

di gratitudine e essenza ai miei figli,

e ai figli dei miei figli, in ogni tempo.

Ma non era vero, era inverno, tutto

si spense, e la vita mi abbandonò.

 

Non proprio mi abbandonò. Mi fu tolta:

era ancora troppo presto. Ma il corpo

affondò nella torbiera: silenzio.

Silenzio. Poi, dolcemente, riemersi,

mi ritrovai nel giardino di casa

rannicchiato sul tepore dell’erba.

Avrei voluto dormire, ma il suono

dei rami sulla testa mi turbava.

 

Le foglie – perché le foglie? Era inverno:

cenere e argilla, neve sporca, pioggia –

e invece ero là, nudo, in un crepuscolo

verde, al caldo, massaggiato dall’erba

piegata, come il giaciglio di un cervo

sotto la curva lucida dei rami.

Attraverso gli steli mi guardavo

pulsare, embrione di una vecchia idea.

 

Il mio cane mi annusava, distratto,

volevo dire sono io, volevo –

ma la voce era subito assorbita

dalle cose, dal rumore dei rami,

dalla luce piovuta sulla pelle

lentamente, con un tocco mai uguale.

Decisi allora di andare, e le case

rimasero indietro, con tutto il resto.

 

Ricordo le ferrovie sotto epoche

d’erba, i silos, come marlin svuotati

dentro atolli di rovi, le carcasse

di motrici soppresse, le stazioni

di benzina come rossi menhir

nelle steppe, e dopo più nulla, solo

terra, terra, per millenni di spazio,

per silenzi blu notte, per vuoti, per –

 

Risalivo verso nord. Dopo il mio sud,

dopo vita e non vita, risalivo

scalzo lungo tutte le migrazioni.

Non mangiavo. Non ero solo. Animali

solitari, animali in branco, uccelli,

nubi di insetti, tutti si spostavano.

Qualcosa si riprendeva le specie,

e riassorbiva le generazioni.

 

I cervi guadavano i fiumi, i corvi

non facevano più nidi, i leoni

di montagna qua e là avevano smesso

di cacciare, i caribù non sarebbero

tornati mai più a pascolare a sud

dopo la pallida estate nell’artico.

E i Nativi, nelle loro camicie

di flanella, guidavano i bisonti.

 

Mi ricordo: per intere brughiere

calpestammo stagioni di mirtilli,

morene di tempo, lingue glaciali

scivolate sotto un mare di zinco.

Ricordo che il sole si mescolava

alla luna, le ombre erano azzurre.

E una montagna di cielo gonfiava

l’orizzonte, come un’arca arenata.

 

Le file dei migranti penetravano

in lei, tutti gli animali secondo

le loro specie. Per vallate e anfratti

tornavano alle grotte delle origini.

Nei dipinti dei primi cacciatori

sembravano venire dallo stomaco

della terra, mentre adesso tornavano,

come un mito che si morde la coda.

 

Io ero là, nella mia valle, e i leoni

di montagna giocavano sulla neve.

Anche io ero un leone, e potevo

riconoscerli tutti, uno a uno,

padri e figli, pronipoti e antenati,

tutti, come carne della mia carne.

E anche io giocavo sulla neve

per ritornare nei sogni dei vivi.

 

Infine poi, in un giorno senza tempo,

sono tutti partiti: solo neve

e vento. Adesso le nubi del cielo

sono all’altezza dei miei occhi, vedo

curve di continenti, centinaia

di mari, e là, molto oltre la cima,

le corde del diluvio. Ma c’è tempo.

Cacciavo cervi e parole per i miei,

per i miei, e adesso voglio aspettarli.

 

 

 Tutte le migrazioni

di Matteo Meschiari

 

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