Terra

 

Terra è un poema sulla vita del pianeta. Le origini calde, la prima atmosfera, le piogge, le catene proteiche che si complicano, le piante, le linee di animali nel tempo, l’uomo. E anche ghiacciai, dinamiche marine, deriva dei continenti, banchise, eruzioni, fiumi. Uno sguardo disincarnato ma sensuale attraversa le cose, tempo e spazio, seguendo le evoluzioni e evolvendo con esse. È lo sguardo del poeta, che frequenta piste nella materia e accende fuochi di pensiero nei paesaggi. Terra è un suolo di esplorazioni, secondo una coerenza che ha radici nell’ordine-caos, o nell’equilibrio-disequilibrio, un sentiero che nasce dal passo, logica bipede per un risveglio alle cose. E un canto, se possibile, della non-distruzione della natura, un elogio del complesso, della diversità, dell’aperto e del vissuto. Dunque un poema che non può essere un libro, non lo sarà mai, si muove con la persona che lo fa, prende voce dalla sua voce concreta, vive un’oralità originaria per stare nei luoghi reali. A volte sì, qualche frammento arriva alla carta, per lasciare indizi, o anche, come qui, per essere contemplazione meravigliata dei contenuti di scienza.

 

* * *

 Da qui – dai paesaggi basici dove risacca marea

erosione rumore mi possono dire di sé

solo un movimento sincopato polmonare

acqua-pietra acqua-pietra e nient’altro

solo questo con l’intuizione in me di un albero

di ritmi – arborescenza di nudo minerale

minerale denso minerale liquido che penetra

l’uno l’altro l’altro l’uno nelle strutture in calmo disfacimento

nel rosso-blu a intrecci di crescita e dissipazione

da qui – guardando ascoltando – il mio epilogo biologico

è già stato non è mi lascia più leggero mi porta oltre

meno colpevole quasi delle crude distorsioni

della specie. Respiro. Ma non ho polmoni

mai più – sono corpo senza organi aderisco alla materia

a questa costa – come la costa aderisce a se stessa

nel suo vuoto-pieno solo spazio solo tempo.

E da qui da me a me dico la vita la terra la mia vita la sua

come un unico battito d’ala largo notturno

sui lontani brillamenti di un’alba increata.

Dico la terra – tutta – dal suo inizio alla mia fine

nella potenza ottusa del movimento nel lieve

ingurgitarsi in polle di non-essere – e nel muschio.

Attaccato fino a esserne cieco alla sua trama ossidata

conosco la sua storia senza storia il suo scambio

di fluidi e vedo dove non c’è da vedere

quel suo allungarsi lento nei letti di arenaria.

Cieco. Ma con le dita della mente nei recessi d’erba.

 

[…]

 

Il vino dell’aperto era in me – e l’arrivo delle piogge

quando sostanze gassose si riebbero e caddero

quando l’atmosfera incandescente si scaricò dei metalli

quando la massa luminosa dell’aria precipitò

sulle lastre del pianeta quando e quando il vapore

d’acqua si condensò nel più spesso strato di nubi

e l’occhio vi si perse sentendolo allargare in sé

accrescersi dissolversi recedere e forme e linee

ingolfarsi in se stesse – quando il moto del minimo

dell’istantaneo si comunicò al tutto gassoso

per intere età e venne la pioggia con gocce mai arrivate

vapore – di nuovo vapore – e nuova pioggia finché cadde

finché arrivò quando la pioggia arrivò

allora tornai alla superficie del mio sogno di pietra

e ne uscii. E la pioggia cadeva dagli oceani di atmosfera

ormai cadeva senza tornare a mezz’aria vapore

cadeva su tutta la terra calda odorosa di polvere

ed entrava nelle fessure nei baratri nei reticoli di crepacci

riempiendo il vuoto di un pieno salmastro.

 

[…]

 

Il fermento delle prime chiome era neve nel vento

la neve delle cime era fogliame rovesciato dall’aria

tutte le terre in mezzo di detriti e arbusti

lo spazio dilatato delle linee tra erba e neve

che si ritira in primavera nell’assenza rannuvolata.

Le distanze di sentieri percorribili erano le valli stesse

e i prati d’erba la pista verticale del corvo.

Ma i pachidermi lanosi precipitavano nella steppa riscaldata

e nel corpo che andava giù lo sguardo scarico saliva alle nevi.

Le foglie-fiamma del verde fermentavano allora

tra le ossa disperse. C’erano e non c’erano più.

E conigli scavavano terreni inteneriti e api

tessevano la carcassa del biancospino. Il dolce

dei ciliegi entrava nelle pieghe sotto la neve

i pioppi dei fiumi scorrevano verso la luce dimezzata

trattenendone verde e giallo – passeggeri

per quanto li sopportava la distanza.

La distanza – lei – misurata da fiumi e paludi

era il volo dell’airone grigio – il nido di quello bianco

e negli occhi piumati drogati dall’occhio delle rane

un mondo deglaciava – un’unica terra bagnata.

 

[…]

 

Nelle strette d’autunno sotto i ghiacci nella banchisa

restano impigliate le diatomee. Finché filtra la luce

crescono finché lo spessore del ghiaccio non è troppo

crescono – a colonie – contro un cielo ghiacciato.

Falde rosacee di crill quando l’inverno rallenta

i movimenti di vita – stazionano più sotto nel cielo

delle riserve d’alga. Allora coi morbidi occhi evoluti

si avvitano le foche si avvolgono le correnti alle pinne – nella penombra

per arrivare al ghiaccio per succhiare con labbra crespe il crill

via dai crepacci. E a primavera quando torna la luce

sulla banchisa sul relitto dei flutti e si aprono canali

e nei crepacci sotto le caverne abitano nuvole

batteri foraminiferi crostacei fitoplancton pesci

quando le piccole balene entrano negli anfratti

i campi di ghiaccio fondente si colorano di fotosintesi

e un bruno dorato di alghe fa cielo pascolato dal crill

allora arrivano le balene a fanoni a mietere colori.

Con l’estate poi ai margini delle zolle flottanti

dove l’acqua è salmastra – le alghe interglaciali cadono

dal loro cosmo di ghiaccio e scivolano a banchi

sotto correnti più dense. Sopra galleggiano altre nubi

zooplancton che pascola i suoi campi e più sopra

altre nuvole – uccelli – pinguini procellarie delle tempeste

che frugano col becco nel blu alto dell’erba.

Perché dall’apprensione dell’occhio piumato al benthos più nero

tutto bruca tutto – antagonisti non di se stessi – dell’io

dell’asse che guarda in verticale senza eden ritrovabili.

Occorre qualcosa di più largo di intimamente diverso.

Puro pensiero periferia dell’ellisse relitto dei flutti

la banchisa mi oppone se stessa in molle fotosintesi

mi ossida nell’inutile carapace di cognizioni non mie

mi libera. E finalmente mi bruca – anche me – nel mare delle cose.

 

[...]

 

Germinavo. Nel mare di mia madre allungavo continenti

nubi e tempeste da lei facevano ombre in me

da me a lei agitavo correnti restituendo vita

scivolando sottile dal mio ventre al suo cervello

dando e chiedendo una breve sospensione dal nulla

dorso bianco di cetaceo ripreso dalla notte.

E germinando mi ascoltavo anche per essere ciò che sono

anche umano – che dormendo muore – stando sveglio

dorme e tutto ciò che vede muore nella sua vita

pochi pensieri congiunti al proprio genere quasi ovvi

secondo intelligenza – così lontani dal seme.

Che il seme è morto nel grembo-tomba dell’io.

Io amo-ammazzo io sono-sonno nell’evidenza

io questa è la mia vita queste le mie cose sei mio.

E intanto si accoppiano le dolci tigri – fiocchi di gelo

avvolti dalle pellicce – salvezza del non-pensiero

zampa nell’orma – embrione perpetuato nella taiga.

In tutto poche migliaia di occhi – dorso biancostriato

che la notte riassorbe poco lontano – e fa tacere.

Con loro io dico la terra – tutta – da suo inizio alla mia fine

perché il mare che è in me pensa comunque per me

perché l’ho preso da una donna l’ho immerso in una donna

– e poi come vento di sotto sarai nube nel mare.

 

TERRA

di Matteo Meschiari

 

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