«BEWILDERED».

INVITO ALLA LETTURA DI JAMES KILGO

 

 

 

Hemingway scrisse narrando la morte, non solo come argomento, ma come oscura ossessione. Io voglio che il mio lavoro risuoni del ferro battuto della vita.

James Kilgo

 

 

Nel movimento di intelligenze in grado di sviluppare un’autentica coscienza per la wilderness, un ruolo essenziale spetta a coloro che fanno dell’arte una scelta di vita. Non sempre si è disposti ad ammetterlo, perché l’urgenza di intervenire qui e ora in difesa dell’ambiente rende ogni tipo di creazione artistica irrisoria e oziosa in rapporto all’azione diretta. Ma accettare questa logica significa rinunciare a una categoria del pensiero che è alla base di ogni agire spiritualmente coerente.

 

Nel Paleolitico, o in seno a un gruppo tribale non ancora avvilito dalla modernità, la conoscenza esatta del territorio era sostenuta da una struttura ideologica che si stendeva sul paesaggio come una rete di credenze, di racconti, di manifestazioni artistiche che erano essenziali per la sopravvivenza del cacciatore-raccoglitore. L’arte orale o le pitture su corteccia degli Aborigeni australiani non erano, come lo sono per noi, dei prodotti di lusso, delle ‘eccedenze’, ma veri strumenti di orientamento per vivere l’ambiente integrando in modo armonico natura e cultura.

 

Creare una coscienza per la wilderness privandosi del contributo dell’arte significa relegare lo sforzo a un eccesso di azione o di astrazione. Bisogna invece far conoscere il lavoro di artisti che si sono impegnati in prima persona per qualcosa che va oltre un gesto o un’idea. Parlo di artisti la cui coerenza di vita incoraggia ognuno di noi a dare il meglio di sé per coltivare una vera responsabilità dell’ambiente.

 

Quest’anno cade il quarantesimo anniversario della promulgazione del Wilderness Act, e dal 1964 un gruppo di Americani attenti alla sacralità naturale del loro Paese ha continuato a investirsi con energia, e in linea con una tradizione senza precedenti, per la conservazione delle ultime aree selvagge. Dalle passeggiate attorno a Concorde di Henry David Thoreau alle spedizioni del Sierra Club di John Muir, attraverso una miriade di naturalisti, vagabondi, figli dei fiori, artisti, cacciatori, nativi di cui nessuno ricorderà mai il nome, i grandi spazi americani si sono coperti di una rete fittissima di storie individuali e collettive, di leggende, di viaggi, di tracce che sono il patrimonio spirituale su cui gli Americani di oggi hanno potuto sviluppare l’idea stessa di wilderness.

 

Tra tanti nomi perduti abbiamo anche molti nomi che restano, e che danno testimonianza di un concorso di intelligenze che è al lavoro per preservare la natura. Tra noti e meno noti, credo che l’esperienza vissuta e scritta di James Kilgo abbia un valore esemplare.

 

James Patrick Kilgo nasce nel 1941 nella Carolina del Sud, a Darlington, dove trascorre l’infanzia nei boschi circostanti, cominciando a cacciare con il padre John e seguendo le orme del nonno materno Robert Lawton, pescatore e cacciatore appassionato. Dopo studi letterari a Spartansburg, Kilgo si laurea e consegue un dottorato in letteratura inglese alla Tulane University di New Orleans. Nel 1967 diventa professore alla University of Georgia, dove insegna per più di trent’anni e dove dirige un programma di scrittura creativa. Ritiratosi dall’insegnamento nel 1999, muore nel dicembre 2002 dopo una lunga malattia. Nel frattempo aveva trascorso una buona parte della vita nei boschi e nelle aree selvagge del Sud.

 

Arrivato relativamente tardi alla scrittura, è solo intorno al 1970 che Kilgo comincia a pubblicare lunghi saggi creativi dedicati alla sua esperienza in ambiente. La maggior parte di essi racconta avventure di caccia e di pesca, ma solo per concentrarsi sul rapporto diretto con la natura e sulle compagnie maschili frequentate durante le uscite. Nel 1988 raccoglie i primi 13 saggi in un volume, Deep Enough for Ivorybills, il cui spirito può essere riassunto in questa frase che fa allusione al naturalista John James Audebon (1785-1851):

 

Ovunque la mia professione mi avesse condotto negli anni a venire, sapevo che avrei seguito questo elusivo uomo dei boschi nelle paludi dei miei sogni d’infanzia, un luogo verde, abbastanza profondo per incontrare i picchi becco d’avorio, senza una fine al di là.

 

Il picchio becco d’avorio che Audebon dipingeva nell’Ottocento era già estinto nel 1988, ma Kilgo credeva nell’esistenza di luoghi ancora abbastanza solitari e profondi in cui la wilderness conserva gli attributi di un tempo, luoghi che mescolano realtà e desiderio, sogno e memoria, e il cui valore è proprio nella ricchezza spirituale che deriva dal sapere che qualcosa di originario è rimasto intoccato.

 

I paesaggi costieri della Carolina del Sud, con enormi querce e vaste aree paludose, la terra sabbiosa, gli intrichi di ruscelli profondi come il Black Creek, sono all’origine dell’immaginario di Kilgo, un immaginario nutrito dalle figure della famiglia e del villaggio, dalle compagnie di ragazzi con cui percorreva i boschi, dal ritrovamento frequente di frecce di indiani, e ovviamente da terre che di lì a qualche anno sarebbero scomparse, tutti ingredienti che avrebbero lavorato in lui, e che con la coscienza matura di uomo e di scrittore sarebbero diventati gli elementi portanti della sua appassionata coerenza.

 

È forse proprio questa idea di conservazione del luogo e della memoria che costituisce l’essenza più profonda che muove Kilgo verso la natura e la pagina scritta, come se la mente dell’uomo dovesse imparare dall’ambiente una legge di sopravvivenza e resistenza:

 

Quando ci avvicinammo al limitare, aironi adulti d’ogni specie, con uno schiocco e un batter d’ali, cominciarono a riguadagnare il luogo che avevamo lasciato, uccelli giovani cominciarono di nuovo a reclamare il cibo, e la colonia riprese la sua vita abituale. Date loro uno stagno con un bacino calcizzato circondato di boschi, pensavo, e loro, queste creature bianche ed eteree, faranno il resto, lasciando cadere stecchi, deponendo uova, vomitando una poltiglia di proteine e defecando mille volte al giorno. Con quale risultato? Altri aironi, a centinaia, che emergono dal miasma fetido per planare come angeli sui campi di fieno estivo, o per galleggiare sulle loro proprie immagini in stagni tranquilli.

 

 

I picchi becco d’avorio del titolo sono dunque una potente metafora per descrivere il persistere delle energie naturali, il loro riprodursi forte nella fragilità, il loro messaggio di conservazione e rinnovamento che ancora parla alla coscienza collettiva dai recessi più selvaggi della terra.

 

Nel 1994 James Kilgo pubblica una nuova raccolta di saggi dal titolo Inheritance of Horses, e due anni dopo il saggio naturalistico The Blue Wall: Wilderness of the Carolinas and Georgia, in collaborazione con il fotografo Thomas Wyche. Nel 1998 è la volta del romanzo Daughter of My People, un affresco famigliare del Sud dei primi anni del Novecento, e nel 1999 The Hand-Carved Creche and Other Christmas Stories in cui ritornano temi e aneddoti dell’infanzia a Darlington. Dall’insieme di questi testi emerge l’idea fondamentale di Kilgo, che cioè siamo il risultato di una forza duplice: la famiglia e il mondo naturale, una doppia ancestralità che lega mente e biologia, sangue e racconto.

 

 

Ma è l’anno 2000 che segna l’ormai sessantenne James Kilgo, e che aggiunge un supplemento di profondità e energia alla sua ricerca. Realizzando un vecchissimo sogno, nutrito dalle letture di Karen Blixen e Ernest Hemingway, Kilgo partecipa come spettatore e fotografo a un lungo safari in Africa. Ammalato da anni, ormai certo di non avere più molto da vivere, arriva in un continente che sembra esaltare le sue riflessioni su natura, caccia, arte e fede. I quaderni di viaggio che compila scrupolosamente lo porteranno a scrivere il bellissimo Colors of Africa, pubblicato postumo nel 2003, un libro che può essere considerato un classico della wilderness più poeticamente ispirata e intelligente.

 

Ecco alcuni estratti:

 

Con il tramonto del sole, la discesa degli avvoltoi terminò, e la tenebra li ricacciò ai loro sordidi nidi. Il prato taceva. La curva del cielo virò all’indaco, e apparvero stelle, lucidi diamanti sospesi nello spazio profondo. I cacciatori notturni cominciarono ad agitarsi. Udii un lontano lamento di iena, il latrato della zebra, il richiamo lancinante di un uccello che avrebbe potuto essere quello di un gufo. E poi, lontano, verso le colline orientali, giunse il debole ruggito di un leone. Steve mi strinse il braccio. Dopo un attimo si ripeté. Mi sforzavo di ascoltare. E all’improvviso un suono enorme scosse il capanno, scosse la notte stessa – una profonda risonanza di sbadiglio che si gonfiò in un alto, vibrante ruggito e finì in una serie discendente di rauchi colpi di tosse.

Non so perché gli scrittori cerchino di descrivere a parole il ruggito di un leone. Il mio tentativo non è migliore di molti che ho letto e non così buono come alcuni di essi. Basterebbe dire che quando il leone è vicino si vive la piena esperienza del ruggito più nell’inguine che nell’orecchio. Basterebbe dire che ti ritrovi in cerchio con i tuoi antenati primordiali, stretti spalla a spalla attorno a un fievole fuoco, che ti ritrovi nella caverna […].

Non fu paura quella che provai. Era molto più simile alla vulnerabilità annidata nelle ossa della nostra specie attraverso millenni di notti come questa. Era questa parte di me che percepiva attraverso le pareti d’erba del capanno, che sentiva con tutto il corpo la vera presenza del leone.

 

Non c’era altro da vedere eccetto il cielo, un quadrato sulla testa delimitato dalle mura del capanno – all’inizio un ritaglio piatto di blu, ma man mano che guardavo si fece più profondo, finché non mi ritrovai alla fine di un imbuto, di un vortice di azzurro sparato di luce abbagliante. La colonna d’aria era viva, resa in volume dagli insetti che turbinavano avanti e indietro attraverso l’apertura o ronzavano a livelli più alti, e da uno o due granelli che avrebbero potuto essere fosfeni nei miei occhi, tranne per i cerchi perfetti che descrivevano molto, molto al di sopra.

 

La zebra giaceva sul terreno annerito, le zampe e la parte inferiore del ventre macchiate di cenere. Aveva più o meno le dimensioni di un pony. Il disegno delle sue strisce non si era mai riscontrato prima in una zebra. L’uomo che l’aveva uccisa era stupito del colore del muso, nero caliginoso attorno alla bocca e alle narici, di un ocra bruno vellutato ai lati del naso. Chiese al cacciatore professionista  se il marrone fosse tipico – pensava che le zebre fossero semplicemente bianche e nere.

No, disse il cacciatore professionista. La maggior parte dei musi era interamente nera, ma alcuni erano marroni come questo.

L’odore della zebra era forte, come l’odore dei cavalli.

Il cacciatore professionista si chinò nella cenere e carezzò il collo muscoloso. “Sono i colori dell’Africa”, disse.

Il sangue uscito dalla bocca della zebra era rosso scuro e raggrumato.

 

 

L’opera di Kilgo, riconosciuta come una delle più originali tra gli scrittori americani di wilderness, e antologizzata nelle migliori raccolte sul tema, rischia di essere percepita come un altro contributo letterario alla causa dell’ambiente. Ma chi ha conosciuto Kilgo di persona e ha avuto la fortuna di uscire nell’aperto con lui, lo ricorda soprattutto per la sua eccezionale qualità di narratore orale. Vero e proprio storyteller dal profondo accento del Sud, e ironico osservatore della fragilità dell’uomo a contatto con la natura selvaggia, aveva un gusto quasi biologico per la lingua, e proprio a proposito della parola wilderness rifletteva in Deep Enough for Ivorybills:

 

Chiunque trascorra molto tempo nei boschi ha buone probabilità di perdere presto o tardi l’orientamento. Thoreau pensava che si trattasse di una buona esperienza, perché solo allora, sostiene, “facciamo esperienza della vastità e dell’estraneità della Natura”, il che ci consentirebbe di trovare noi stessi e di capire dove siamo. Una tale epifania potrebbe spingere ognuno di noi a cercare i grandi boschi. Tuttavia Daniel Boone, che vagabondò confuso per tre giorni nella wilderness del Kentucky, non gridò alla scoperta, ammettendo di essersi semplicemente “bewildered”, smarrito. Con boschi oggigiorno molto più ridotti, la palude del Savannah River era il meglio che potessi trovare, ma era un luogo abbastanza profondo per farmi capire che la parola di Boone dovrebbe essere pronunciata con una i lunga, come in wild.

 

Il che significa che per Kilgo anche la parola wilderness non deve mai smettere di cercare la propria origine ‘selvaggia’. Un ironico consiglio per tutti coloro che, scrivendo sulla natura, hanno dimenticato che bisogna piuttosto scrivere dalla natura.

 

 

 

Matteo Meschiari

 

Opere di James Kilgo:

 

- Deep Enough for Ivorybills, Chapel Hill, Algonquin Books, 1988.

- Inheritance of Horses, Athens, University of Georgia Press, 1994.

- The Blue Wall: Wilderness of the Carolinas and Georgia, (With Thomas Wyche), Englewood, Westcliffe Publishers, 1996.

- Daughter of My People, Athens, University of Georgia Press, 1998.

- The Hand-Carved Creche and Others Christamas Stories, Athens, Hill Street Press, 1999.

- Colors of Africa, Athens, University of Georgia Press, 2003.

- Ossabaw. Evocations of an Island, (With Jack Leigh and Alan Campbell), Athens, University of Georgia Press, 2004.

 

 

[traduzioni inedite di M. Meschiari]

 

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