Cosa lega il corpo di un animale sezionato dalla lama di un cacciatore arcaico, il corpo di quello stesso animale dipinto sulla parete di una grotta più di 30.000 anni fa, il corpo della terra, che entra per vie sottili nella cultura di un popolo, il corpo del testo, in cui lo spazio reale diventa spazio mentale, e infine il corpo urbano, in bilico tra norma e Wilderness, tra vocazione sedentaria e bisogno di perdersi? |
|
|
MENTE, PAESAGGIO, CULTURA
Secondo un mito urbano del tardo Occidente, l’uomo, tra tutti i paesaggi della Terra, preferirebbe le colline verdi. Questo perché le loro linee fresche e vagamente materne sarebbero inscritte nella memoria della specie dalla notte dei tempi. Un miraggio che l’Africa di allora ci avrebbe regalato per sempre…
Ma c’è qualcosa di vero nel racconto moderno di una passione certamente antica? L’amore per il paesaggio è un’invenzione solo culturale o ha radici che rimontano all’evoluzione? Quanto ha contato l’ambiente delle origini nel processo di costruzione della mente, della cultura, dell'arte?
In questo contenitore aperto ho provato a raccogliere le mie riflessioni per definire un nuovo campo di lavoro. Articoli scientifici, prose saggistiche, testi letterari, servono a reperire e cartografare gli spazi fisici e mentali del nostro laborioso e a volte maldestro rapportarci all'altrove.
La terra è il referente primo e forse ultimo della mente umana, e capire i modi con cui essa ci stimola e ci modella potrebbe far crescere una consapevolezza necessaria: distruggere i paesaggi terrestri non significa soltanto alienare per sempre il nostro habitat, ma devastare in modo irreparabile anche l'ecologia mentale della nostra specie.
Per sviluppare questa consapevolezza ci vuole una rivoluzione delle idee, idee dissidenti, adogmatiche, fuori dagli steccati del sapere controllato e controllante. Ma ci vuole anche un metodo, perché tutta una nuova epistemologia va rapidamente e coraggiosamente fondata. Partendo dai paesaggi.
«Le nuvole erano branchi di animali immensi, che migravano e si sperdevano all’arrivo dei leoni bianchi. Le nuvole erano colline che indicavano un cammino. Ma ecco, scomparivano, o si alzavano nel cielo, abbandonando la terra alla sua piattezza. A volte gli ominidi si fermavano a guardarle. Dopo ore a fissare i piedi che marciavano, o le mani che scavavano e raccoglievano, alzare la fronte e vedere le nuvole era come sciogliere i muscoli, stendere le pieghe del muso, ricevere colori che altrimenti non si potevano toccare». |
|
|