IL CARBONAIO E LA BALENA

(NOTE RESISTENTI)

di Matteo Meschiari

    

L’acqua il vento

La sanità delle prime cose –

 Dino Campana

  

Settembre ha per me il sapore degli inizi. Non c’entra la stagione. O forse sì. Ma non nel senso comune. A settembre sento in me che la palude-estate si asciuga ai primi freddi, e il colore degli alberi somiglia alla luce di una stanza dove bruciano fuoco e vino. Cercando nel mio settembre di dentro quella dimora illusoria, anno dopo anno, ho sentito tornare il bisogno di mescolare desiderio di quiete e ansia di camminatore, desiderio da toccare in un qualche progetto di scrittura, un racconto, un poema di giardini caduti, un finto epistolario di vagabondi, per racchiudere freschezza d’aria d’altrove e tenerezza di luci che si abbreviano. Ma, come chi sogna di riavere l’Ottocento nelle scatole vecchie e nei libri, inutile dire che ho sempre e poi sempre misurato il fallimento dei propositi contro l’ondata di nausea che accompagna la ripresa, quella sociale, o di studio, o il lavoro, dopo il bolo glassato delle ferie. Un fallimento puntuale, e tanto più cocente quanto più nobile è l’intento. E vorrei allora poter dire che mi sono rassegnato a una consolazione anemica, che almeno altri ce la fanno, che almeno la vita di qualcuno fa da esempio, ma non riesco a rilassarmi se penso che non solo la gente comincia a fare e pensare le stesse cose, ma che le pensa e le fa nello stesso momento. Allora non scrivo autunni di giardini o venti racconti d’Appennino, ma mi strappo dal divano-peli-di-cane e dico Il carbonaio e la balena.

 

Il rumore del fumo è ciò che c’è ma non si sente, ciò che abbiamo perduto per abitudine e torpore. Abbiamo perduto i nomi del bosco, ma forse non del tutto. Il legno, che prende forma e struttura da un’esperienza antica, diventa immagine di un modo di vivere che è arte senz’arte. Il fuoco, che trasforma il legno in carbone, è metafora dei cicli naturali che alternano crescita e distruzione. Leggere e ascoltare i gesti di un carbonaio non significa che dobbiamo imparare anche noi a fare i carbonai. Significa trovare il modo di tradurre quei gesti in un pensiero valido nel presente. Significa ripensare la Terra non come qualcosa di primitivo, ma di primario. E per farlo bisogna abitare la Terra, costruendo la nostra casa a partire da essa.

 

Il fuoristrada arriva quando la luce sta per mancare. David e io ci dirigiamo verso la macchina. Riserva di Monte Rufeno, Acquapendente. Da Roma fin qui in uno stancante pomeriggio di dopo interviste e firme, drogato da ore di autostrada e strada statale e strada bianca, Gary Snyder arriva a un casale nel bosco, Il Felceto, e di lì sulle pendici del monte verso la capanna che Alessandro Fani, carbonaio, ha costruito per mostrare a turisti e scolaresche ciò che abbiamo perduto. La macchina riparte, scricchiolare di foglie secche, di stecchi sotto le scarpe, luci sempre più grigie. Un cerchio di curiosi, di devoti, di a caso. L’interprete fa come può, Fani e Snyder cominciano a parlare tra loro, del taglio del bosco, dell’economia del bosco, della bellezza del bosco. Sorrisi. Risa. Chi fa sì con la testa e intanto capisce solo bocca, non parole. E ha ragione. È tutto così strano. Nel liquido amniotico del bosco e dell’ora, l’irrealtà dell’incontro tra un poeta e un carbonaio fa venire i brividi. Mentre a Mantova gli scrittori facevano prendere al pubblico caffè da 8 euro, a Acquapendente due vite resistenti tentavano un improbabile incontro. Beat Generation, Dharma, Green Anarchy. E dall’altro lato decenni di legna verde e nera, di terra e foglie da ammassare sulla catasta, il pennato per tagliare rami e intagliare oggetti, fare fuoco, combattere vento, poi la fine di un mondo, la vecchiaia, e un fortunoso ritorno alla poesia delle mani e degli occhi per dare ragione a chi comincia a credere nelle bioregioni, nella lotta per la «sanità delle prime cose», e per il nostro celebrare troppi funerali alla Terra. Lontano dai festival della letteratura, due uomini classe 1930, con una violenta capacità di parlare al malessere del presente, sorridevano dentro una capanna di legno e ginestra.

 

Per stare bene dentro bisogna vivere il Fuori. Per vivere il Fuori bisogna ascoltarne il flusso. Ogni idea nata al di fuori di un ecosistema è astratta. La sua astrazione può avere senso, può essere coerente, può avere valore, ma tagliare i legami con la Terra equivale a tradire una parte essenziale di noi. Significa escludere una parte della mente che ha sviluppato la propria ecologia nel grande Fuori. Una casa e una carbonaia hanno bisogno della stessa cosa: raccogliere in sé ciò che è libero e aperto. Una casa e una carbonaia senza aperture sono luoghi morti, come molte delle nostre menti. In entrambe deve esserci il fuoco, ma il fuoco senza l’aria, l’acqua e la terra è come una mente incapace di immaginare.

 

Mentre David aspettava in macchina in sosta vietata, sono andato a cercare Carole e Gary Snyder nella casa che alcuni amici di Acquapendente avevano offerto per eludere le tre stelle degli alberghi. Noi avevamo dormito su un sottile materasso srotolato in terra, da Claudio e Anna, nella cameretta di Elias e Alice. Una grande casa con un giardino pensile, un albero di prugne, un nocciolo, una cane nero e un gatto. Qualcosa di perfetto. E ho negli occhi quegli occhi così chiari: Alice è una delle cose buone della vita, mi sono detto, quelle che ti fanno venire voglia di diventare padre, o di scrivere poesie per i bambini: «state assieme / studiate i fiori / viaggiate leggeri». Carole è adesso in piedi con le mani sul tavolo, come se non volesse partire, racconta di come ha comperato a gesti una grande fetta di dolce locale, ricotta e uvetta. Parla e non si muove, ma i bagagli sono vicino alla porta. Gli Snyder sono pronti. Prendo una valigia e Gary mette in spalla uno zaino squadrato, grigio. Le gambe gli si flettono sotto. Mi viene un brivido. A lui non piace parlare di Japhy Ryder in I vagabondi del Dharma di Kerouac, forse non vuole essere ricordato attraverso Kerouac, forse ne ha solo abbastanza delle solite domande da intervista. Tra le tante cose, mi dirà che da tempo guarda alla Beat Generation con un distacco «cinico». Ma Kerouac dice due o tre cose del corpo di Snyder ventenne che sono sempre là, nel vecchio di settant’anni: «vidi Japhy che avanzava con quella sua strana lunga falcata», «potava una barbetta a pizzo, aveva un’aria stranamente orientale con quei suoi occhi verdi quasi obliqui», «era vigoroso, abbronzato, robusto, aperto». Ho avuto un brivido. Come quando ti rendi conto che sei sveglio ma che puoi svegliarti ancora di più, e che la mente può ardere di cose come gli occhi di una persona. E allora ti senti a casa nel Grande Fuori.

 

Una carbonaia fa pensare a una montagna del cosmo. Fuori c’è la terra e le foglie dei boschi, dentro c’è una scala per il fuoco, che sale fino ai rami del cielo. Per essere come è, c’è stato bisogno di equilibrio tra mente e materia, tra occhio e mano, tra cultura e natura. È soprattutto questo senso dell’equilibrio che abbiamo perduto, e che invece era ovvio per molti popoli primitivi. Non alienati dall’incubo religioso e dal potere, vivevano la Terra come un esercizio anarchico di libertà. Una carbonaia fa pensare a una montagna del cosmo perché sopravvivere e immaginare sono aspetti di un unico flusso. Se un tempo mito e paesaggio erano legati, è perché il paesaggio conteneva in sé il proprio mito. Il punto, oggi, è capire che lo contiene ancora.

 

Una collina come un puro semicerchio, linee di pini marittimi come alberi cosmici. È difficile credere che sia un mondo artificiale. Solo un ambizioso surplus economico ha reso possibili opere così vaste, modificare il paesaggio esterno per modificare quello interiore. Ere di tufo scavate da generazioni di scalpellini, per unire le città dei vivi a quelle dei morti, intestini di pietra da percorrere a piedi, con rituali che acceleravano e rallentavano secondo i ritmi peristaltici della Terra. Pitigliano, Sorano, Sovana. Etruschi, Australiani, Magdaleniani. Snyder appoggia le mani sopra un grande blocco squadrato, come a misurarne la temperatura, siamo alla Tomba Ildebranda. Quelle mani da scalatore saggiano con i polpastrelli le lievi concavità, la grana, carezzano le papille del grande stomaco geologico. E la conversazione passa dall’Oceania al Libro Tibetano dei Morti, e si tinge per un po’ dei colori di Lascaux. Scendiamo nella tomba ipogea esattamente sotto al tempio. Siamo sull’asse che unisce l’inferno al paradiso, e che ne annulla l’opposizione morale. Rivediamo genti che  vivevano l’ecologia del loro mondo come un sistema cosmico, e che guardavano al cosmo né più e né meno che come a un ecosistema. Ci chiediamo che senso abbia tutta questa letteratura antropologica che si legge come qualcosa di semisacro, come ausilio non confessato a un nuovo pensare il sacro, ci chiediamo quanto del primitivo abbia valore oggi, quanto di primario si possa ancora trovare nel percorrere a piedi un terreno che per altri era un luogo di potere. Il ruscello sotto il ponticello di legno separa il parcheggio dal sito archeologico. Non c’è alcun senso, nessuna connessione tra i due mondi. Tranne un ponticello di legno che oscilla sotto i piedi di quattro persone, finalmente stanche di parlare.

 

Il bosco verde, crudo, diventa nero e cotto. Quale dei due dobbiamo scegliere? Il primitivo o l’artefatto? La pianta o il carbone? Chi propone un rifiuto radicale di tutta la civiltà, chi vuole un azzeramento violento per tornare a una condizione primitiva, non pensa che un passo indietro nel tempo non ha senso se non si fa un passo indietro nello spazio. Ma lo spazio è stato modificato per sempre, il crudo è stato inutilmente bruciato. La Terra, la biosfera, ha memoria di tutte le mutazioni che le abbiamo imposto. L’unica cosa da fare è cambiarci dentro per non commettere nuovi errori. Non un passo indietro, dunque, ma un passo intelligente, per andare verso ciò che è primario. Non un fuoco distruttore, ma un fuoco controllato, che trasforma.

 

«Il fuoco è una storia antica. / Vorrei, / con un utile sentimento di ordine / con rispetto delle leggi / della natura, / aiutare la mia terra / con un incendio. Un caldo / incendio pulito». Il ristorante è molto più anonimo di quello di ieri sera. Mangiamo per il piacere di farlo, nessuno di noi ha veramente bisogno di  nutrirsi dopo ieri sera. Ma mangiamo lo stesso, e beviamo parecchio vino rosso, e diventa più facile capirsi, soprattutto sentirsi. Carole e Gary vivono in una bella casa nei boschi della California. Noi no. Carole e Gary vivono da anni in lotta per le loro idee, in un contesto così dialettico e connotato che lottare è quasi ovvio. Noi no. Meditare nei boschi o fare resistenza in città? Quando Carole dice a David che è fin troppo facile ritirarsi nella natura e che è molto più difficile continuare a credere in se stessi nella solitudine e nell’incomprensione della città, a David si riempiono gli occhi di lacrime. Io incrocio per un attimo quelli di Snyder, che ascolta, e gli angoli di quegli occhi, verdi e obliqui, Matterhorn e peyote, mi sorridono. Da quando sono tornato ho smesso di cercare risposte, ma è vero che qui in città mi chiedo ogni giorno come imbrigliare le mie debolezze per raggiungere una maggiore consapevolezza, come trasformare l’entusiasmo di ore speciali in una tecnica di sopravvivenza poetica che finalmente faccia della mia vita qualcosa di utile per me stesso e per i miei. Mi chiedo anche come accendere quel fuoco controllato, al di là della passione e della pigrizia, così vicino e così lontano dalla ricerca di una terra sotto i piedi, più urgente che mai. Nel pomeriggio, mentre Carole riposava, Snyder si è seduto sulla panca dell’agriturismo dove di notte dormono i gatti. Mentre David gli faceva una quarantina di fotografie, io lo distraevo conversando su un Giappone che non c’è più.

 

Viviamo in un’epoca in cui l’immaginario è colonizzato da immagini che ci addormentano. Solo una decolonizzazione può liberarci da noi stessi. Bisogna tornare a riempirci gli occhi di immagini primarie, da cercare dove sono sempre state, nei boschi dentro e fuori di noi. È solo questo scambio tra dentro e fuori, tra crudo e cotto che può creare un futuro armonico. La piazza di una carbonaia, la capanna, il bosco, la fonte d’acqua, sono un piccolo mondo che funziona. L’importante è capire che, finché ci saranno uomini, un’ecologia naturale non può più esistere senza un’ecologia della mente, e che a ogni guasto in natura corrisponde un guasto nella mente. Non siamo carbonai, ma il legno che tagliamo deve tornare alla Terra.

 

Anche un incontro importante deve farlo. Non ha senso farsi firmare libri, raccogliere souvenirs più o meno spirituali, portare pagliuzze di realtà agli amici che non c’erano e che avrebbero voluto esserci. Non ha senso, se non si rende cenere alla cenere. E non è onesto. Perché non c’è nulla di più odioso dell’autoracconto, se poi l’essenza di ciò che si è vissuto non torna a immergersi nel vissuto. L’ho capito quell’ultima notte a Pitigliano. Gli Snyder dormivano da ore, io ero sdraiato sul letto, quando ecco, la mia coscia viene irrorata da una specie di nebbia umida. Penso a un getto di irrigazione notturna nel giardino, nebulizzato dalla zanzariera, ma un rumore di tegole smosse arricchisce il quadro. Comincio a capire. Passo la mano sulla coscia e la avvicino al naso. Piscia di gatto. Un gatto mi ha pisciato addosso attraverso la zanzariera. Lavarsi è facile, ma per tutta la notte il fetore che ha impregnato il cotto del davanzale e le lenzuola mi ha bruciato la gola. Le risa di David sono scivolate dopo attimi insopportabili in un singhiozzo delirante, poi il sonno. Wilderness felina e il bianco riso di Shiva. Per quanto mi riguarda, la morale è qui: puoi amare un poeta autentico fino alla tenerezza, ma i suoi libri sono soltanto un modo per marcare il territorio, il suo territorio. Mentre tu dormi con un odore di muschio sulla pelle, lui sta scorrazzando al buio, nei boschi, in cerca di topi e di gatte da sedurre. Credo che comprendere il valore della fine sia una forma di poesia. Non ha a che fare con la misura, ma col rendere di nuovo al nulla quello che dal nulla è venuto. Solo se si allarga la mano che cerca di trattenere ci si libera da quel po’ di noi stessi che invoca compassione. Ma ovviamente è molto difficile separarsi da chi ha provato compassione per te. Andandosene, Snyder ci ha chiesto di continuare. E l’odore della richiesta non se ne va.

 

Acquapendente. Abbiamo salutato gli amici, soprattutto Alessandro. Il carbonaio che aveva incontrato il poeta. Anche lui tornava al suo bosco. Anche lui ci lasciava il suo odore, di legna cruda e legna cotta. Il carbonaio. E la balena. Perché mentre accadevano queste cose, tra il 10 e il 12 settembre 2004, nella piazza di Lerici, sotto il castello, veniva letteralmente gonfiata un’altra utopia. Un’enorme balena a grandezza naturale, 23 metri, in tessuto grigio, riempita di una camera d’aria a freddo e di imbottitura per divani. Un po’ come una trentina di anni fa girava per l’Italia una balena imbalsamata, di cui c’è chi ricorda soprattutto il forte odore di formaldeide e di carne decomposta, l’11 settembre ha cominciato a girare la balena di Claudia, un’idea nata nel mondo dell’arte contemporanea e poi subito uscita dai canali ufficiali per entrare in un mare più reale. Vorrei poter immaginare quel grande muso camuso e non perfettamente imbottito rivolto verso la Baia dei Poeti. Mi hanno raccontato che i bambini ci salivano sopra, e che la gente non credeva ai propri occhi, e sorrideva. Poi è venuta la pioggia. E allora vorrei poter immaginare tutto quel tessuto e quell’imbottitura che si intridono d’acqua dolce, trasformando un giocattolo troppo grande in un Titanic intrasportabile. Alla disperazione di Claudia, che ha visto la sua balena affondata dalla pioggia di settembre, il suo settembre, vorrei  dire che qualcuno le stava rispondendo. In quei precisi istanti, di fronte a un pubblico seduto per terra, nelle luci viola di Pitigliano, Gary Snyder, evocando una leggerezza che non avremo mai, leggeva questi versi:

 

 

Le balene girano e brillano, si immergono

cantano e riemergono,

sospese su abissi sempre più scuri

fluide come pianeti che respirano

nei turbini frizzanti di

luce viva.

 

Avignone, settembre 2004

 

 

  [CON GARY SNYDER]

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