GRAMPI NEL FONDO

 

 

Grampo: Grampus griseus (Cuvier 1812), sottordine degli Odontoceti. Delfinide dai 3,5 ai 4,3 m di lunghezza, 300-400 kg di peso, livrea grigio acciaio dalle inconfondibili graffiature bianche.

 

 1

 

Le nubi si torcevano vive, come schiuma in volo

bianche, contro un cielo d’abisso, nel vento del largo.

La spiaggia di piccoli sassi, grigi e rotondi, era curva, laggiù

piegava e si induriva nel promontorio, tuono della scogliera.

Nel mio occhio bagnato giravi come un granello di luce

lontanissimo ancora, rosa come papilla di madrepora

che pulsa e si ritrae per il respiro del calcare.

Poi sei cresciuto, ti sei fatto ragazzo, e raccoglievi

chinandoti conchiglie che non volevi tenere.

Le lanciavi nell’oceano-tempo come un’altra domanda

e l’undicesima onda te la rendeva, ma tu eri già andato.

Così ti avvicinavi, ignaro di me, del mio occhio bagnato

che non poteva non vederti, non poteva fare un ultimo buio

abbassando la notte della palpebra suoi tuoi passi svogliati.

Solo adesso mi scorgi, ma ancora non capisci, guardi

ma non vedi, perché tra le pagine di mare della tua testa bionda

non c’è niente di simile a me, niente se non tronchi

graffiati, incrostati, fradici di mille e una notte di oceano.

E il mio colore non si distingue dai sassi della spiaggia:

grigio ardesia, grigio acciaio, e candide venature di quarzo

che disegnano geroglifici strani sulla mia pelle invecchiata.

Ti avvicini, e finalmente vedi le pinne, sbocconcellate dal tempo

dalle conchiglie dei giorni, e cerchi l’occhio, allo spigolo della bocca

ed eccolo lì, eccomi, sono io, spiaggiato senza speranza

un grampo venuto dal fondo per turbarti lo stomaco.

 

 

2

 

Guardami. Fa scivolare le dita sui miei contorni di gomma:

c’è la pinna dorsale, come l’onda che disegnavi da bambino,

il morbido declivio della schiena, fino al salto della testa.

Vedi? Non sono un flessuoso delfino, non v’è traccia di rostro

la fronte cade a picco sul labbro, leggermente infossata

e quattordici denti, quattordici, uscivano dalla mandibola sfuggente.

Sono tozzo, pesante, più timido e riflessivo degli altri

ma ho avuto anch’io le mie lotte nell’acqua, i miei giochi

lontano dalle coste, dai bassifondi, dalle baie luccicanti come catini.

È tutto scritto quassù, sui segni della mia fronte imbiancata

sui fianchi graffiati a giravolte, a nodi, a strisce parallele

come i disegni al buio di uno stecco incandescente

come fossili di idrogeno sulla lastra notturna del cielo.

Inutile provare a leggerli, dovresti tornare sui banchi di scuola

ma di corallo questa volta, nelle aule blu abitate dalle correnti

a compitare su pallottolieri di vertebre di balena

a scrivere nell’acqua con l’inchiostro dei calamari...

Ascolta me piuttosto, se i cigolii e i fischi della mia gola

somigliano a qualche lingua conosciuta, ascoltami

perché la mia pelle si asciuga, e non mi resta molto da respirare.

 

 

3

 

Sì, forse capisci. Ti sei seduto a guardare, e se fischio o singhiozzo

in quest’aria che comincia a bruciare, che mi secca la lingua

tu sussulti, spalanchi gli occhi, e in quei tuoi occhi io mi ci vedo

mi bagno, anche se per poco, nuoto nel tuo azzurro stupore.

Forse capisci, forse. Allora avvicinati alla mappa della mia pelle:

c’è il nero delle scarpate, le faglie, le forre profonde come l’ardesia

e il gesso bianco delle coste, delle linee di livello, delle correnti.

Là si radunavano i calamari, qui stazionavano le orche

e a destra del mio occhio, in quel lago di buio

nella calma tropicale, io, proprio io, sono nato.

Piccoli pesci mi solleticarono che ancora la placenta

non mi aveva svestito, nell’abbraccio meno caldo dell’acqua

crepitavano sulla mia pelle, lasciavano piccole impronte di labbra

come zampe di uccelli sulle spiagge del mio inizio.

Il sangue fu diluito e disperso e nuvole di latte dolcissimo

passarono nel mio palato, piovvero tiepide, provai gioia

liquida, compatta, dal muso alla coda… Ero ancora mia madre

ma già me stesso, carne fasciata dalle acque, stretta dal vuoto.

Tutto era buio e luce, freddo e tepore, compagnia e solitudine

ma qualcosa per me diceva alla mia coda di andare

il liquido salato mi succhiò, si richiuse, mi fermò

battei ancora la coda e scivolai, e tutto scivolò, e ritornò…

a colpi di pinna per trentaquattro estati, da allora a ora, fino a qui.

Sono lo stesso corpo, sono io, anche adesso, dopo tutti quei mari:

tutto è scivolato via, e tutto è ritornato al suo momento

mia madre ha ritrovato la sua spiaggia, e io sono arrivato alla mia.

 

 

4

 

Guardami, guarda. Questa cicatrice e questa sono state il primo squalo

e questa, così vicina al naso, ha sfiatato il primo sangue versato

ma la mia vita era all’inizio del cerchio, e non dovevo morire.

Invece cominciarono le prime cacce, giù nelle fosse

sulle scarpate sommerse dei continenti, nei pozzi

profumati di calamari, dove andavamo a picco per mangiare.

Cantavamo, mia madre ed io, e le seppie incantate si fermavano

a guardarci, e noi le coglievamo così, staccandole dalla vita.

I monti e le valli del mare erano buio e blu e canto

e le estati passarono, migrando, come greggi di crill.

Gli squali, una volta cresciuto, persero interesse al mio corpo

ma ecco le reti, i palangresi, le tonnare, a setacciare e raccogliere

sostentando vita e alimentando morte, per qualche idea che mi sfuggiva.

Alcuni di noi ci finirono per sbaglio, e noi li lasciammo al loro buio

anche se da lontano, negli strati dell’acqua, si udivano le loro grida.

Non potevamo impazzire per loro, non potevamo salvarli

e allora via, ad accettare altrove quel fardello di libertà

sapendo che siamo ciò che siamo, che c’è sofferenza e apertura

effimero e bellezza, diversità e movimento perpetuo.

Per fortuna i calamari finivano, e noi cercavamo nuovi pascoli

liberi dalla condanna dell’immobile, dal laccio di un parallelo.

Salivamo a Nord o calavamo a Sud negli oceani, nei mari piccoli

oscillavamo come fusi tra i bassifondi delle coste e i timidi abissi

e in tutto quel tessere graffi di libertà amai sopra ogni cosa il caos.

L’ordine era nel numero delle vertebre, le stesse da madre a figlio

era nelle crescite del corallo, ma c’era anche il disordine che sparpaglia

che sgretola nella morte e ne alimenta altra, senza un perché.

C’era poco da sapere: l’ordine era matrice, e il disordine vita.

 

 

5

 

Mi ascolti, ragazzo? Il sole scompare dietro la tua spalla dorata

e tu ti fai ombra, lentamente, le nuvole sono gialle nella laguna

e stelle… appaiono le prime stelle, quelle che mi hanno guidato

assieme al sole, al sapore del sale, al calore delle correnti

ai rumori dei fondali ignoti, che rendevano l’eco dei nostri fischi.

Come tutto era silenzio! Un silenzio necessario, crudo

annidato nel boato della tempesta o nei canti notturni delle coste

ordine interno e moti selvaggi, qualcosa di insopportabile per il tuo mondo.

Poi, il controcanto delle vostre macchine ha assordato il mare:

percuotete anime di bronzo e corpi di bestie gonfiano intestini di ferro

reti spezzano cicli, interrompono senza perpetuare, e l’illusione

che vi aiuta vi uccide… siete dominio, siete oppressione

trasformate la fame in qualcosa di osceno e furioso

il più feroce tra noi è un cacciatore, il più mite tra voi è un guerriero…

voi, focolai di sfinimento, voi, che non sapete più guarire

siete come un branco di squali che fa cerchio attorno alle prede

un anello di denti… ma gli squali colpiscono e se ne vanno

mentre voi imprigionate per consumare domani

autoesclusi dal tutto, così lontani dalla danza crestata del caos.

E questo: i nostri sistemi selvaggi, il vostro sistema di oltraggi

l’ordine improprio dei vostri palamiti, la legge dei vostri arpioni

legno nelle vostre mani, ferro nelle nostre carni. Il mare, sì

è affilato come un dente, ma la sua vita selvaggia è per la vita

e col suo esserci netto denuda i vostri sbagli. Allora guerra al mare!

e tempeste sonore sui morbidi discorsi delle specie…

 

 

6

 

Dove sei? Non ti vedo. Le stelle sono fiorite come madrepore

riconosco in loro la megattera, la balena franca, e là, piccolina

la fronte di mia madre, tutte costellate di graffi, funghi, parassiti

sulla notte delle loro pelli. Come splendono! E le terre selvagge

le grandi pianure del mare, a perdita d’occhio, i grandi animali…

balene come bisonti, capodogli come orsi, orche come lupi.

I globicefali vanno a Nord come le renne, i delfini brucano immensi

i grampi cercano la libertà, gli zifii sono soli… Dove sei?

Vedo la spiaggia scura, vedo gente che accorre

con fuochi e lame nei pugni…

Dove sei, ragazzo? Sei ancora lì? Dove sei?

Loro si avvicinano…

Mi hai ascoltato? Hai sentito la mia storia?

Astieniti dal primo colpo, se puoi, fallo per me:

un grampo venuto dal profondo

per ritornare al tuo mare.

 

 

GRAMPI NEL FONDO

di Matteo Meschiari

 

 

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