GHIACCIAI DELLA MENTE

di Matteo Meschiari. Pubblicato in AA.VV., (a cura di Luisa Bonesio), La montagna e l'ospitalità. Il mondo alpino tra selvatichezza e accoglienza, Arianna Editrice, 2003

 

1. Pensiero dalla terra

 

Un mio problema cruciale è capire in che misura le forme della terra possono dare forma al pensiero. Non solo il pensiero interpreta e modifica il paesaggio, ma il paesaggio modifica la mente, la indirizza, e può darle dei modelli alternativi per interpretare la realtà. Italo Calvino, che aveva riflettuto su questa ipotesi, parlava di “tradurre il paesaggio in ragionamento”[1], e suggeriva l’idea che nelle forme della terra c’è qualcosa di traducibile in pensiero. Anche un altro autore, lo scozzese Kenneth White, si è proposto di “trovare l’equazione tra mindscape e landscape[2], tra ‘paesaggio mentale’ e ‘paesaggio fisico’, e per entrambi gli autori l’incognita, o l’interfaccia di questa osmosi tra terra e cervello, è il linguaggio, o wordscape, come lo chiama White, il ‘paesaggio verbale’. La parola cioè, in particolare la parola poetica, non è solo strumento di espressione,  ma un terreno a mezza via tra cose e idee, un luogo in cui mente e mondo si incontrano.

Il mio contributo va in questa direzione, e per farlo ho scelto come terreno d’elezione i ghiacciai, per due ragioni: sono entrati nel nostro immaginario solo di recente, e sono molto difficili da descrivere.  L’una e l’altra cosa ce li avvicinano in modo particolare. La loro ‘scoperta’ infatti non è ancora conclusa, e tracciarne una specie di cartografia mentale significa avvicinarsi al proposito, per me sempre valido, di “tradurre il paesaggio in ragionamento”.

 

 2. Caos

 

            A dispetto di quanto si possa pensare, i ghiacciai vantano una lunga letteratura. Compilare un’antologia glaciale o fare la storia letteraria del ghiacciaio significa ripercorrere passo per passo la vicenda più generale dell’ ‘invenzione’ della montagna, una presa di coscienza che ha radici, semplificando, nell’estetica del sublime, nell’alpinismo e nell’indagine geologica ai suoi albori.[3]

            Fatta eccezione per Hegel, che li giudicò oggetti insignificanti, i ghiacciai hanno sempre stimolato sensazioni forti, dalla repulsione alla fascinazione incondizionata. Dovendo scegliere tra molti esempi, mi sono limitato ad alcuni autori che hanno saputo vedere nel ghiacciaio qualcosa di più e di diverso dal solito mare rappreso in tempesta. Questi autori mi attraggono per un tratto che li accomuna, e cioè hanno colto nel ghiacciaio qualcosa di universale, quasi un’immagine del mondo, un’icona capace di racchiudere in sé il dinamico e il complesso della Natura. Ovviamente con molte differenze, perché di fronte alle forme tormentate di un ghiacciaio si può essere portati a cogliere l’ordine o il disordine, il ciclo di creazione o la distruzione senza ritorno.

            Per i ghiacciai del caos comincerei con un pezzo del 1868, tratto da La montagne di Jules Michelet:

 

Volli vederlo più da vicino. Scesi dal villaggio, ne raggiunsi il bordo, vi entrai. Le aperture sono variabili. In quel momento il ghiacciaio si spalancava in bocche strette, poco elevate, brillanti e levigate di fuori. Dentro tutto era scivoloso, con pericolosi pendii che portavano non so dove. Tali pendii, una doppia e una tripla volta bluastra, le loro spaccature taglienti, aspre allo sguardo, la loro trasparenza, tutto diceva di diffidare. Tutto faceva pensare a un grazioso bouquet di fiori da molti anni rimasto incastonato, che si mostrava attraverso il ghiaccio coi suoi colori vivaci. Racchiuso là, è certo di conservarsi. Nessuna immagine di morte colpisce più sensibilmente di questa lunga esibizione funeraria, questa forzata eternità che simula tristemente la vita, questa impossibilità di tornare alla natura e di rientrare nel riposo. [...] La vasta calotta nevosa fa l’effetto di un cimitero. A guisa di monumenti ne escono scure piramidi in lutto, in contrasto con la neve. Queste antiche figlie del fuoco protestano contro i ghiacci, dicono che il bianco catafalco non è nulla in confronto all’infinito di tenebre che sprofonda e si allarga al di sotto.[4]

 

            Il ghiacciaio come soglia ctonia ha una sua tradizione. Dimora di draghi, terra di anime dannate, ossessionava i racconti delle genti alpine. E anche se Michelet conosce bene i luminosi resoconti scientifici di Saussure e Agassiz, non rinuncia qui alle proprie suggestioni. La sua vena poetica lo porta a vedere nel ghiacciaio “una durezza selvaggia, un grande effetto d’indifferenza superba verso noialtri quaggiù”.[5] Un sentimento di terra inumana, addirittura un luogo di sospensione dai ritmi naturali, un limbo appunto, che nasconde un universo cavo e che è la controparte in ombra del mondo.

            Molto prima, nel 1816, Shelley scrive Mont Blanc, un poema in cui, da un sostrato di leggende e letture scientifiche, si solleva un’epica della distruzione ineluttabile. Sono i vv. 101-136:

 

È questo, il nudo volto della terra, che io

scruto, anche queste primeve

montagne insegnano alla mente che sa

intendere. I ghiacciai strisciano

come serpenti in attesa di preda, dalle loro

lontane scaturigini, lentamente dondolandosi.

Là, il Sole e il Gelo a dispetto di ogni mortale

potere hanno ammassato duomi, piramidi, pinnacoli

una città di morte, adorna di molte torri

e mura imprendibili di ghiaccio irradiante.

Eppure non una città, ma una marea di

rovine è quella, che dai confini del cielo

rotola in perpetua corrente; vasti pini

sono sparsi sul suo destinato sentiero, o

sul suolo maciullato stanno senza rami e

stenti; le rocce, spinte giù da quella

remota rovina lassù hanno sconvolto

i limiti del mondo dei vivi e dei

morti, che non potrà mai essere redento.

Le tane degli insetti, delle fiere, degli

alati diventano il suo bottino, il loro

cibo e i loro rifugi sono andati per sempre,

così tanta vita e gioia sono perdute. La stirpe

degli uomini fugge inorridita. Le sue

opere e le sue dimore qui

svaniscono, come fumo prima delle correnti

della tempesta, e non si conosce il loro

luogo. Sotto, vaste caverne brillano

nel bagliore senza riposo di impetuosi

torrenti, che da quei segreti abissi

sgorgando in tumulto si vanno a incontrare

nella valle, e il maestoso Fiume,

respiro e sangue di terre lontane, per

sempre rotola le sue acque urlanti

verso le onde dell’oceano, e spira

i suoi rapidi vapori nell’aria intorno.[6]

 

            Con questo frammento si entra in un terreno complesso, perché Shelley è perfettamente cosciente che dalla terra nasce pensiero. La sua è una specie di ‘geognostica’ delle montagne, le montagne “insegnano alla mente che sa intendere” dice, e nel suo caso insegnano una inabitabilità assoluta del ghiacciaio, luogo orribile, città di rovine. Il ghiacciaio dunque come metafora di una condizione universale o, ancora meglio, vista la sua contiguità incombente alle terre dell’uomo, come metonimia di caducità e impermanenza.

 

 

3. Verso una struttura

 

Osservando la costa della Liguria e traducendola in scrittura, Calvino propose un’icona di pensiero-paesaggio.[7] Con intento ‘cosmografico’ vide e descrisse il mondo come una teoria di baie e promontori, di sotto-baie e sotto-promontori, e individuò senza saperlo il principio di autosomiglianza di Mandelbrot.[8] Prima che fosse enunciata la teoria dei frattali cioè, uno scrittore attento al paesaggio aveva intuito che in alcune forme naturali i dettagli e il carattere globale sono legati intimamente. L’osservazione, l’analisi dei fenomeni, nulla togliendo allo sguardo poetico, sembra concentrare l’attenzione sulle strutture, sulle dinamiche.

A mia conoscenza Calvino non ha mai descritto ghiacciai. Ricordo solo un accenno all’era glaciale, una rêverie insolita scatenata dall’osservazione di cubetti di ghiaccio in un bicchiere di whisky... Ma c’è un autore, Ludwig Hohl, che in un racconto di montagna, La salita, scrive una specie di trattato di fenomenologia della percezione sui seracchi di un ghiacciaio. Anche Hohl non rinuncia a un tono visionario, e forse ironico:

 

In superficie tuttavia le figure contorte e protese sono d’una varietà massima, qui storte, là erte come fiamme, alcune così chine che ci si chiede come possano ancora reggersi, altre massicce e possenti, alcune a una certa distanza l’una dall’altra, altre per lo più addossate, fitte... paurose e grottesche insieme, un intrico di figure o forme come di corna di cervi o denti di vampiro, di leoni o di orsi rampanti, caricature d’un fornaio o d’un garzone di mugnaio col sacco in spalla, d’un consigliere municipale con tanto di cappello nero, d’una donna a lutto avvolta di panni da capo a piedi, di draghi e coccodrilli.[9]

 

Siamo a un punto denso, perché viene tirata in ballo la leggibilità del ghiacciaio. Le forme contorte chiedono di essere lette dall’osservatore, che tuttavia ha pochi strumenti per farlo. Un po’ come con le nuvole o le macchie o le rocce, che non dicono nulla se non se stesse, la mente deve poter vedere il noto nell’ignoto. Per cominciare a capire, per non essere respinta indietro, deve aggiungere qualcosa di suo alle forme, deve completare i contorni, e ‘riconoscere’ figure nel tessuto astratto di linee, di pieni, di vuoti. È la soglia della comprensione: o si accetta di procedere per immagini, o in assenza di chiavi ermeneutiche si deve battere in ritirata. Dice Hohl:

 

Cosa ha potuto ridurre il ghiacciaio in questo modo? Il suolo sottostante, la base rocciosa che non si può scorgere, deve indubbiamente aver contribuito molto; alla stessa stregua l’irradiazione solare, che, per lo più di lato, scioglie i blocchi, così che l’acqua scorre giù per poi gelare di nuovo; il peso proprio dei blocchi, che grava perpendicolarmente sul terreno; la trazione del ghiaccio nella sua direzione longitudinale: per travare una formula matematica in cui tutti questi fattori - certo altri ancora - concorrano, bisognerebbe rivolgersi al demonio in persona; e nemmeno quello riuscirebbe a fornire la formula. Non c’è modo di spiegarlo, i seracchi stanno lì, semplicemente: essi sono!...[10]

 

“Non cercate nulla dietro i fenomeni. I fenomeni sono già la teoria” era l’adagio di Goethe, come dire che si possono trovare leggi matematiche per spiegare la geometria dei ghiacciai o la geometria delle coste, leggi dell’altamente complesso che riportano a ordine il caos. Ma in fin dei conti tale ordine può anche essere intuito da una mente che accetta di scorrere sulle forme, sui fenomeni, con sguardo curioso, umile. Amore, cura per i dettagli che scivola in poesia. Un’empiria descrittiva che a un certo momento, propria per la sua non-violenza ermeneutica, si accende in visione, trova una coerenza. Pur nella distruzione e nel disordine apparente dei ghiacciai, qualcosa suggerisce una norma interna, un’architettura estetica:

 

Infatti il ghiacciaio non è “tritato” solo dall’alto; anche di lato è suddiviso in ogni forma possibile di arcate; stanze, piani; simile alle mura maestre a più piani, d’una fabbrica distrutta; e se per un attimo si riuscisse a guardare nelle oscurità di quella struttura interna, quel che si coglierebbe avrebbe l’aspetto di certe raffigurazioni del Piranesi.[11]

 

Riconoscere un principio ordinatore nell’eterogeneo piuttosto che nell’omogeneo è una conquista recente dell’ecologia del paesaggio. Al pensiero matematico puro si sostituisce un criterio interpretativo di tipo spaziale, che ragiona in termini di macchie, di matrice, di porosità, di isole... Rivincita tardiva di Bachelard, oggi ragionare per immagini non è più un tabù epistemologico. Ma quello che colpisce, che mi colpisce, è che certa scienza dell’Ottocento, forse per ragioni filosofiche, o forse solo per quell’incertezza di tutti gli esordi che si appoggia molto all’immaginazione, aveva già praticato questa via con vigore, e in forme che, sempre con Bachelard, definirei poetiche.

 

 

4. Cosmo

 

Un geografo poco noto come geografo, l’anarchico Petr Kropotkin, visitò la Finlandia nella seconda metà dell’Ottocento e da varie osservazioni sul terreno diede un contributo essenziale alla teoria dell’Era glaciale. Un altro geografo anarchico, Elisée Reclus, diede lunghe descrizioni di ghiacciai nella sua monumentale Géographie Universelle. Come Kropotkin, Reclus ripeté più volte che la sua anarchia e il suo desiderio di libertà erano nati nei paesaggi naturali, e cercò di formalizzare e chiarire questo concetto in un grande libro, L’Homme et la terre, e in due testi curiosi, Histoire d’un ruisseau e Histoire d’une montagne. In quest’ultimo, scritto nel 1869, si trova un lungo capitolo sui ghiacciai, in cui è chiara l’idea che la terra può insegnare all’uomo delle cose che lo riguardano intimamente. Una celebre frase di Reclus dice che “l’uomo è la natura che prende coscienza di sé”. Nell’Ottocento stava formulando un principio di morale ecologica, e questo poteva venir fuori solo da una visione ben precisa delle cose. Valida anche per i ghiacciai:

 

Infatti, in questo caos apparente, tutto è retto da leggi. Perché in quel punto preciso della berge si produce sempre una fenditura nella massa ghiacciata? Perché sotto a una certa distanza il crepaccio che si è allargato gradualmente riavvicina di nuovo i suoi bordi e il ghiacciaio si risalda? Perché la superficie si incurva regolarmente su un punto per crepacciarsi altrove? Vedendo tutti questi fenomeni che ripoducono grossolanamente le pieghe, le increspature, i vortici o i panneggi distesi dell’acqua dei fiumi, si comprende meglio l’unità che, sotto un’infinità di aspetti, presiede a tutte le cose della natura.[12]

 

Negli anni in cui Reclus e Michelet scrivevano le loro montagne, un altro scienziato si confrontava con il problema della divulgazione. Era Antonio Stoppani, che ne Il Bel Paese, del 1874 (scritto però nel 1864), dedica decine di pagine ai ghiacciai. Scelgo solo un passaggio che mi serve a introdurre H.B. de Saussure:

 

Scavalcata adunque la morena frontale, camminiamo sul ghiaccio, sul nudo ghiaccio, bianco, poroso, scabro. Dapprincipio il ghiacciajo presenta un piano inclinato facile e unito, dove si cammina così bene e con egual sicurezza come sul lastricato del corso di porta Venezia. Ma ben presto la superficie offre mille curiosi accidenti, e si comincia a gustare ciò che è veramente un ghiacciajo. Se da lungi questo non vi sembrava che una grossa nevicata, ora vi credete in un piccolo mondo nuovo, sopra una terra di cristallo, che ha anch’essa i suoi monti, le sue valli, i suoi piani, i suoi burroni, i suoi fiumi, i suoi laghi.[13]

 

Il ghiacciaio come microcosmo, come “piccolo mondo nuovo”, è immagine che colpisce, perché lo stesso Saussure aveva scritto nel suo Voyages dans les Alpes:

 

Questi maestosi ghiacciai, separati da grandi foreste, coronati da pareti di granito di altezza impressionante, tagliate in forma di grandi obelischi e inframmezzati da neve e ghiaccio, presentano uno dei più grandi e più singolari spettacoli che si possano immaginare. L’aria pura e fresca che si respira, così diversa dall’aria soffocante delle valli di Sallanche e di Servoz, le belle colture della valle, le graziose borgate che si incontrano a ogni passo, dànno nelle giornate di bel tempo l’idea di un mondo nuovo, di una specie di Paradiso terrestre, rinchiuso da una Divinità benefica nella cerchia delle montagne.[14]

 

            Ma c’è un altro passo di Saussure, più scientifico, che si riallaccia al frammento di  Reclus, e che conclude la mia rassegna di ghiacciai dell’ordine.  È un pezzo che colpisce per portata analitica e per l’intrinseca poeticità, se si è daccordo nel considerare come poesia la visionarietà naturale di certi Presocratici:

 

I ghiacciai contenuti in giusti limiti dall’evaporazione, dal calore esterno e da quello sotterraneo, e dall’inclinazione dei loro letti, che li porta verso il fondovalle, forniscono una nuova prova di quelle proporzioni ammirevoli che la natura ha stabilito tra le forze generatrici e quelle distruttive, dovunque ha voluto mantenere una certa uniformità; infatti le ultime due cause menzionate che tendono a distruggere i ghiacci agiscono con energia tanto più grande quanto più questi stessi ghiacci si sono accumulati. Più aumenta la loro massa, più la pressione del loro peso li sollecita a sua volta a scendere verso il fondovalle e i precipizi, in cui vengono necessariamente sciolti; e al tempo stesso, più è grande il loro spessore, più il freddo esterno fatica a penetrarli mentre il calore interno della terra ha forza per scioglierli.[15]

 

            Sicuramente è esagerato accostare Saussure a Eraclito, ma ciò che colpisce è la visione globale e simmetrica del fenomeno. Da un lato l’osservatore chiude ad anello le dinamiche del ghiacciaio in una specie di cosmologia alpina, dall’altro riconosce nel particolare una legge generale, e rappresenta il ghiacciaio come un sistema coerente, quasi un ecositema ante litteram. Siamo nel 1786.

 

 

5. Abitare il ghiacciaio

 

            La storia dei ghiacciai della mente è lunga, e quello che ho dato è solo un residuo, una morena laterale, diciamo. Abbiamo visto che grosso modo il ghiacciaio esercita un’azione repulsiva, è il luogo della negazione biologica, perlomeno della vita umana. Ci si passa, sul ghiacciaio, ci si può pernottare, ma non ci si può vivere. E in questo passaggio a nord, un nord della mente e del corpo, qualcuno ha anche intuito una fascinazione non tragica, più discorsiva, per così dire, qualcosa che veniva chimicamente trasformato in pensiero, in visione delle cose. Il ghiacciaio come cosmo, come “insieme dove tutto si tiene”, où “tous se tiens”, come diceva un altro membro della famiglia Saussure, Ferdinand, il linguista, a proposito di un altro ghiacciaio complesso, il linguaggio...

            Il ghiacciaio è l’inabitabilità del corpo, ma la mente vi abita a suo agio, riconosce in esso la propria complessità dinamica, vuoti e pieni, fessure e residui detritici, tempo che si converte in spazio, bellezza. Il ghiacciaio può essere un luogo del nostro abitare la terra, del nostro esserci, e non nel senso di farci alpinisti reali, ma alpinisti mentali, come Empedocle (“andare di cima in cima e senza seguire / fino in fondo un unico sentiero di discorso”), o come Nietzsche: “Sono un viandante e uno che si inerpica sui monti - diceva Zaratustra al suo cuore - non amo il piano, né pare che io possa indugiare a lungo in un luogo”. E ancora: “È necessario imparare a distogliere lo sguardo da se stessi per vedere molto: anche di questa durezza hanno bisogno tutti coloro che salgono le montagne”.

            Ora, abitare il ghiacciaio significa avere un luogo della terra dove esercitare il pensiero, un Playground, un ‘terreno di gioco’, come diceva Leslie Stephen a proposito delle Alpi.[16]  Meglio, direi, un terreno fisico e mentale per ricordarci che la Terra deve abitare in via permanente i nostri pensieri, non tanto come oggetto di riflessione, ma come soggetto agente, come matrice. E qui l’etimologia è più che mai esigente. Quello a cui penso è qualcosa di simile alla teoria di Graham Cairns-Smith sull’origine della vita. L’argilla, in particolare il Caolino, si organizza in cristalli vermiformi, simili a matrici tipografiche che potrebbero aver funzionato da calco per le prime sequenze di acidi nucleici. Per me i ghiacciai, la Terra, sono un po’ questa “argilla vivente”. Basta colare in essa per esserne formati.

            Voglio allora concludere con un oggetto, che lascio qui come uno di quei modellini molecolari fatti di bastoncini e sferette colorate. È solo un’ipotesi, è il frammento di un lungo poema naturale che ho cominciato ad assemblare un anno fa, in questi giorni, e che si intitola Terra:

 

[...] Quello che sognavo era improbabile

della stessa improbabilità della vita

lo sognavo come si mangia o si dorme

e il sogno divenne cibo - e sonno del reale.

Amavo quella pace di pensieri e gesti

il corvo volava tra il ramo e la chiazza di prato

il suo volo l’improbabile che cercavo.

E avido contornavo aggiravo la preda di cose

giri sempre più stretti per lo scatto dei denti.

Tutto mi sembrava ora - unico qui senza contorno

ma ci fu un tempo diverso - nessuna distrazione di vita.

La terra era coperta di coltri incrostata di ghiaccio

metallo nativo sui continenti nevi e torrenti di scioglimento.

Solo roccia erosione ghiaccio erosione solo acqua che scava

e ghiacciai ammassati pesanti a strisciare nella mente

a limare la lingua in nessuna distrazione di vita.

Solo ghiaccio - anche ora - per aprire la mente a se stessa

presente per pensare le cose - e il pensiero che le bagna

tempo convertito in spazio nell’argilla della voce.

E allora apro la voce del bianco.

E il tempo del ghiaccio sono i suoi movimenti

il tempo matura le sue forme le avvolge

flusso che sposta che spinge a diventare.

Radiale lineare si spiega da un centro

espansione genitrice regressione al nulla

che ritma volumi ritmata dal terreno.

Il letto di rocce modella da sotto

frattura corruga le correnti di tempo

suolo segnato da peso e pulsazione

mare senza memoria sopra i fondali.

Inutile da riva contarne le onde

dalla spiaggia dell’io. La causa è la cosa

il resto parola senza voce. [...]

  

Valcamonica, ottobre 2001


 


[1] i. Calvino, Un poeta per Diana, in “La Repubblica”, 12 gennaio 1984, recensione a G. Conte, L’Oceano e il Ragazzo, Milano, Rizzoli BUR, 1983.

[2] K. White, Il testamento di Ovidio e tre poemi atlantici, Introduzione, traduzione e commento di M. Meschiari, Bologna, In forma di parole, 1997.

[3] Cfr. Ph. Joutard, L’invenzione del Monte Bianco, Torino, Einaudi, 1993.

[4] J. Michelet, La Montagne, Paris, Librairie Internationale, 1868, pp. 19-20 e 25-26. La traduzione è mia.

[5] Ivi, p. 19.

[6] P.B. Shelley, Poesie, ed. G. Conte, Milano, Rizzoli, 1989, pp. 127 e 129.

[7] I. Calvino, Dall’opaco, in La strada di San Giovanni, Milano, Mondadori, 1990, pp. 119-134.

[8] B. Mandelbrot, Gli oggetti frattali. Forma, caso e dimensione, Torino, Einaudi, 1987.

[9] L. Hohl, La salita, Milano, Marcos y Marcos, 19892, p. 42.

[10] Ivi, p. 40.

[11] Ivi, p. 42.

[12] E. Reclus, Histoire d’une montagne, Arles, Actes Sud, 1998, p. 117.

[13] A. Stoppani, Il Bel Paese. Conversazioni sulle bellezze naturali, la geologia e la geografia fisica d’Italia, Milano, Barion, 1941, p. 64 (Serata IV, Il ghiacciajo del Forno).

[14] H.B. de Saussure, Voyage dans les Alpes, Genève 1786, citato in Joutard, L’invenzione cit., p. 123.

[15] H.B. de Saussure, Voyages dans les Alpes, trad. it. Le prime ascensioni al Monte Bianco, ed. P. Brogi, Milano, Savelli, 1981, p. 44.

[16] L. Stephen, Il terreno di gioco dell’Europa. Scalate di un alpinista vittoriano, Torino, Vivalda Editori, 1999.

  


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